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Juveteca -Anno VII (2009)

 

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STILE JUVENTUS. 44

Carlo Bigatto

 Il ricordo di Carlo Bigatto, una delle prime "bandiere" della storia juventina, non ci è giunto con i contorni perfettamente definiti. Gli stessi retorici ed approssima­tivi resoconti dell'epoca, ce lo descrivono ora come raffinato driblatore, ora come spietato martellatore. In realtà aveva cominciato la carriera da centravanti prima di riciclarsi in centrocampista difensivo o in centr'half, l'equivalente dell'odierno regista. Sicuramente è stato un trascinatore, un uomo in possesso di un grande tempe­ramento e di capacità agonistiche rilevanti. Ma sono molte ed attendibili le testimonianze che gli attribuisco­no pregevoli qualità tecniche, un calcio pulito e violento, una eccellente visione di gioco. Ed anche una notevole competenza, visto che emerge anche come scopritore di talenti.

Carlo Bigatto è stato sicuramente un personaggio anche in quel suo restare abbarbicato, come l'edera al suo muro, al più puro dilettantismo, in quel rifiutare qualsiasi tipo di compenso anche alla fine della carriera, all'inizio degli anni Trenta, ai tempi in cui il professionismo aveva ormai messo prepotentemente radici nel mondo del football.

Era nato nel 1895, nei giorni in cui Guglielmo Marconi effettuava a Pontecchio i primi esperimenti di radiotelegrafia, i fratelli Lumière organizzavano in uno scantinato di Parigi la prima proiezione cinematografica pubblica, Antonio Fogazzaro pubblicava Piccolo Mondo Antico ed i fratelli Michelin montavano per la prima volta ruote con pneumatici su un'automobile. La fatidica panchina di Corso Re Umberto solo due anni dopo avrebbe assistito alla fondazione della Juventus. Il calcio lo aveva conquistato fin da bambino. Lo vediamo, giovanissimo in alcune foto dell'inaugurazione dello Stadio di Corso Marsiglia. Lo ritroviamo, poco dopo, allievo del Collegio San Giuseppe e già calciatore, centr'attacco, con la maglia del Piemonte. Fa in tempo ad esordire (12 ottobre 1913: Juve-Milanese) con la maglia bianconera ed a disputare le sue prime venti partite in serie A prima di partire per la Grande Guerra. Tornerà nel 1920, alla conclusione del conflitto, per iniziare la galoppata che lo porterà a guidare la Juve alla conquista del sospirato secondo scudetto, quello del 1926, ed a tagliare il traguardo di quello del 1931 quando, seppur con una sola presenza (a Roma, contro la Lazio), parte­cipa alla conquista del primo dei cinque titoli consecutivi firmati Carcano dopo l'avvento della formula del girone unico. All'età di trentacinque anni abbondantemente compiuti e dopo aver indossato per cinque volte la maglia della Nazionale.

Fra le tante foto di Bigatto, ce n'è rimasta una emblematica della sua personalità. Maglietta fuori dai pantaloncini, mani strette ai fianchi, sguardo alto e fiero, sottolineato da un baffo curvo, vagamente orientaleggiante, un berrettino bianconero calato sulla testa, con due alette a proteggergli le orecchie, a mo' di un elmo da guerriero qual'era. Solo che era capace di cambiare personalità a seconda del ruolo che gli era affidato: tutto grinta e determinazione quando faceva il mediano laterale e doveva vedersela con avversari temibili ed aggressivi, diventava freddo ragionatore quando assumeva il ruolo del centr'half, del creatore di gioco dallo spiccato senso tattico, facendosi notare come autentico allenatore in campo. Oltre a saper leggere la partita, aveva una grande competenza, sapeva intuire le capacità degli altri. Spesso si improvvisava talent-scout e ci coglieva. Fu lui per esempio a scoprire e portare alla Juve i fratelli Marchi, Pio e Guido. Alla fine del '34/35 la Juve gli affiderà la responsabilità tecnica della squadra dopo il fulmineo allontanamento di Carcano. Di Carlo Bigatto va sotto­lineato anche il carattere che, unito ad una fortissima personalità, gli consentì di restare l'entusiasta, generoso idealista dei primi anni di milizia bianconera, pur nel cuore di un calcio che cambiava e che volgeva inesora­bilmente verso il professionismo. 

 

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