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STILE JUVENTUS. 44

Carlo Bigatto
Il ricordo di Carlo Bigatto, una delle prime
"bandiere" della storia juventina, non ci è giunto con i contorni
perfettamente definiti. Gli stessi retorici ed approssimativi resoconti
dell'epoca, ce lo descrivono ora come raffinato driblatore, ora come
spietato martellatore. In realtà aveva cominciato la carriera da centravanti
prima di riciclarsi in centrocampista difensivo o in centr'half,
l'equivalente dell'odierno regista. Sicuramente è stato un trascinatore, un
uomo in possesso di un grande temperamento e di capacità agonistiche
rilevanti. Ma sono molte ed attendibili le testimonianze che gli
attribuiscono pregevoli qualità tecniche, un calcio pulito e violento, una
eccellente visione di gioco. Ed anche una notevole competenza, visto che
emerge anche come scopritore di talenti.
Carlo Bigatto è stato sicuramente un personaggio
anche in quel suo restare abbarbicato, come l'edera al suo muro, al più puro
dilettantismo, in quel rifiutare qualsiasi tipo di compenso anche alla fine
della carriera, all'inizio degli anni Trenta, ai tempi in cui il
professionismo aveva ormai messo prepotentemente radici nel mondo del
football.
Era nato nel 1895, nei giorni in cui Guglielmo
Marconi effettuava a Pontecchio i primi esperimenti di radiotelegrafia, i
fratelli Lumière organizzavano in uno scantinato di Parigi la prima
proiezione cinematografica pubblica, Antonio Fogazzaro pubblicava Piccolo
Mondo Antico ed i fratelli Michelin montavano per la prima volta ruote con
pneumatici su un'automobile. La fatidica panchina di Corso Re Umberto solo
due anni dopo avrebbe assistito alla fondazione della Juventus. Il calcio lo
aveva conquistato fin da bambino. Lo vediamo, giovanissimo in alcune foto
dell'inaugurazione dello Stadio di Corso Marsiglia. Lo ritroviamo, poco
dopo, allievo del Collegio San Giuseppe e già calciatore, centr'attacco, con
la maglia del Piemonte. Fa in tempo ad esordire (12 ottobre 1913:
Juve-Milanese) con la maglia bianconera ed a disputare le sue prime venti
partite in serie A prima di partire per la Grande Guerra. Tornerà nel 1920,
alla conclusione del conflitto, per iniziare la galoppata che lo porterà a
guidare la Juve alla conquista del sospirato secondo scudetto, quello del
1926, ed a tagliare il traguardo di quello del 1931 quando, seppur con una
sola presenza (a Roma, contro la Lazio), partecipa alla conquista del primo
dei cinque titoli consecutivi firmati Carcano dopo l'avvento della formula
del girone unico. All'età di trentacinque anni abbondantemente compiuti e
dopo aver indossato per cinque volte la maglia della Nazionale.
Fra le tante foto di Bigatto, ce n'è rimasta una
emblematica della sua personalità. Maglietta fuori dai pantaloncini, mani
strette ai fianchi, sguardo alto e fiero, sottolineato da un baffo curvo,
vagamente orientaleggiante, un berrettino bianconero calato sulla testa, con
due alette a proteggergli le orecchie, a mo' di un elmo da guerriero qual'era.
Solo che era capace di cambiare personalità a seconda del ruolo che gli era
affidato: tutto grinta e determinazione quando faceva il mediano laterale e
doveva vedersela con avversari temibili ed aggressivi, diventava freddo
ragionatore quando assumeva il ruolo del centr'half, del creatore di gioco
dallo spiccato senso tattico, facendosi notare come autentico allenatore in
campo. Oltre a saper leggere la partita, aveva una grande competenza, sapeva
intuire le capacità degli altri. Spesso si improvvisava talent-scout e ci
coglieva. Fu lui per esempio a scoprire e portare alla Juve i fratelli
Marchi, Pio e Guido. Alla fine del '34/35 la Juve gli affiderà la
responsabilità tecnica della squadra dopo il fulmineo allontanamento di
Carcano. Di Carlo Bigatto va sottolineato anche il carattere che, unito ad
una fortissima personalità, gli consentì di restare l'entusiasta, generoso
idealista dei primi anni di milizia bianconera, pur nel cuore di un calcio
che cambiava e che volgeva inesorabilmente verso il professionismo.
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